Spina, una città di acqua e di legno

Spina fu il più importante porto e il principale partner di Atene dell’Adriatico settentrionale.
Fondata verso il 530 a.C. lungo un ramo antico del Po, prosperò per circa tre secoli.

Oggi il sito archeologico dista circa 12 km dal mare, ma all’epoca della sua fondazione si trovava alla foce del Delta, alla confluenza tra uno dei principali rami del Po e un fitto reticolo di corsi d’acqua appenninici secondari.
L’abitato fu scoperto negli anni ’60 del secolo scorso, durante le bonifiche delle Valli di Comacchio. Gli scavi sono proseguiti per decenni, ma solo una piccola parte della città è stata indagata.
L’insediamento si articolava su diversi isolotti emergenti, alle spalle delle dune di sabbia che ospitavano le ricche necropoli. Le indagini rivelano un impianto urbanistico razionale, con assi urbani ortogonali orientati nord-sud: le arterie principali sono costituite da ampi canali in cui scorreva l’acqua, delimitati da lunghe file di pali e forse coperti da ponti e passerelle.
Questa griglia di canali generava uno schema di tipo greco, con isolati rettangolari di formato standard, simile a quello impiegato nei vicini insediamenti etruschi di Marzabotto e del Forcello (Mantova), oppure nelle colonie della Magna Grecia.

 

Un porto di mare dell'antichità

A Spina giungono merci da ogni parte del Mediterraneo: vino e olio e materiali preziosi dalla Grecia, unguenti e profumi dal Vicino Oriente, ambra dal Baltico, materiali da costruzione e di uso comune dai territori limitrofi.

La vocazione mercantile della città di Spina è testimoniata dalla quantità e varietà dei prodotti di importazione.
Il primato assoluto spetta al vino, trasportato nelle anfore e consumato nel vasellame più prezioso. Per quasi due secoli Atene rifornisce l’Etruria padana e le regioni alpine di vino, e di vasi a vernice nera e figurati. Raffinati prodotti esotici provenivano dall’Egeo, dalla Grecia orientale e dall’Egitto, come testimoniano particolari vasi e anfore, ma anche unguentari in vetro e in alabastro.
L’ambra, che da secoli è oggetto di scambi commerciali con le regioni del Baltico, continua a impreziosire il costume femminile.
Tra i materiali di pregio giungono anche marmi greci e orientali, mentre le rocce vulcaniche erano impiegate per realizzare macine per la lavorazione dei cereali. Anche pietre più comuni, provenienti dall’Appennino e dalle regioni alpine, venivano utilizzate per costruire, per realizzare pesi e strumenti, e come segnacoli di tombe.
Dalla metà del IV secolo a.C. l’asse commerciale si sposta verso la penisola italica, e si intensificano gli scambi con la Magna Grecia e l’Etruria propria.

Gli scambi commerciali

Spina non adotta mai la moneta coniata. Le transazioni avvenivano attraverso il baratto, regolato da sistemi di pesature e scambio di frammenti metallici. Gli scambi commerciali a Spina si svolgevano senza l’uso di monete, ma grazie a un sistema complesso di pesi standard di metallo o pietra. Erano in uso anche piccole porzioni di lingotti rettangolari (aes rude), oppure sottili lamine di bronzo ritagliate. Il loro impiego premonetale a Spina è suggerito dai loro valori costanti di peso, come riscontrato in altre città mercantili dell’epoca. Alcuni pesi in pietra recano segni e iscrizioni interpretabili come unità di peso. Nel mondo etrusco erano diffusi diversi standard ponderali, tra cui una libbra leggera da 287 grammi e una pesante da 358 grammi. Questa conosce una maggiore diffusione a Spina, in Etruria padana, nell’ Etruria settentrionale e costiera. A Spina coesistono quindi diversi sistemi di regolamentazione dei commerci, ulteriore prova della vocazione di mercato internazionale e di apertura culturale del porto adriatico.

 

 

 

 

Prodotti e artigiani

Spina offre ai suoi partner commerciali un variegato campionario di beni di scambio: dai frutti del suo fertile territorio, come cereali, carni e sale, ai prodotti delle botteghe artigiane.

Le esportazioni consistono in materie prime, tra cui i cereali, e in particolare il grano coltivato in tutta la regione retrostante. La pianura e i boschi locali forniscono anche legname, pelli, ossa animali lavorate e carne, soprattutto suina.
Una tradizione molto antica delle coste adriatiche è anche quella legata al sale: estratto dall’acqua del mar Adriatico tramite elaborati procedimenti, è fondamentale nell’allevamento, nell’industria casearia, per la conservazione degli alimenti e per la concia degli abiti.
L’attività artigianale più documentata è la manifattura ceramica. A Spina sono attive numerose botteghe di ceramisti, situate soprattutto in zone periferiche, in grado di rifornire il mercato locale di migliaia di vasi per la mensa e la cucina. Gli artigiani hanno lasciato tracce del loro lavoro negli scarti di lavorazione, in alcuni attrezzi da fornace, e anche in serie di stampiglie figurate, veri e propri marchi di fabbrica. Anche i graffiti e le singole lettere possono alludere a segni di bottega, forse per indicare l’inizio e la fine di una serie.
Altre attività artigianali molto diffuse in un insediamento costiero sono la carpenteria, sia navale che edile, e la lavorazione delle erbe palustri.

 

 

 

Lo scambio a tavola

La mescolanza di culture tipica di un porto si riflette anche a tavola. I reperti ci parlano di una cucina varia, aperta ad abitudini alimentari provenienti da lontano.

Ogni giorno nel porto di Spina si incontrano e si fondono diverse pratiche culinarie: quelle locali, soprattutto etrusche, e quelle greche.

A partire dal V secolo a.C. sbarca infatti una nuova batteria di pentole, del tutto simili a quelle diffuse ad Atene e Corinto e nelle colonie greche occidentali.

Insieme alle pentole arrivarono forse anche nuove ricette, una vera e propria cultura gastronomica, con le sue mode e i suoi cuochi famosi.

Le analisi scientifiche provano che a Spina si consumavano molte varietà di verdura, legumi e frutta, sia coltivate che raccolte nei boschi vicini, ma anche di importazione. Non potevano mancare l’olio d’oliva e il vino, come anche l’aceto, il miele e le spezie.

Nelle cucine si preparavano zuppe e stufati a base di verdure, legumi e carne, con cui accompagnare il pane e le focacce. Si arrostivano carni, sia di animali domestici che selvatici, e tranci di pesce conditi con elaborate salse.

Le case di spina

Adattandosi al paesaggio lagunare e sfruttando le risorse locali, le abitazioni di Spina erano costruite con materiali leggeri, soprattutto legno, argilla ed erbe palustri.
Le soluzioni architettoniche erano raffinate e di alta specializzazione: le case più antiche erano realizzate con tronchi autoportanti e autobloccanti, secondo una tecnica diffusa nell’arco alpino. Le abitazioni più recenti mostrano invece lunghe file di pali infissi nel terreno, a sostegno di pareti in argilla cruda. I tetti erano costruiti con materiali vegetali, con un modesto impiego di elementi fittili, tegole e coppi, mentre erano molto diffuse particolari lastre di intonaco dipinto per isolare dall’umidità le pareti delle case.

Un contesto domestico. Gli scavi restituiscono una ‘fotografia’ di 2500 anni fa.
Recenti scavi documentano la storia di una casa di Spina tra la fine del V e la metà del III secolo a.C. L’edificio era delimitato su tre lati da canali, rinforzati da file di pali verticali e dotati di passerelle di legno. Intorno al 400 a.C. le pareti della casa erano costruite con travi di legno orizzontali e pareti intonacate. Gli spazi interni erano suddivisi in stanze in cui si svolgevano varie attività quotidiane, tra cui filatura e tessitura.
Un canale minore divideva la casa vera e propria da uno spazio protetto da una tettoia, per lavorazioni artigianali.
All’interno dell’abitazione, in una piccola buca a fianco a un focolare, sono state scoperte quattro preziose lamine d’oro, raffiguranti tre guerrieri e un personaggio femminile. Si tratta forse di un piccolo scrigno, custodito e nascosto nell’angolo più sicuro della casa.

 

 

 

La fine di Spina

Il mito di una città scomparsa sotto le acque.

Spina scompare nel corso del III secolo a.C., dopo appena tre secoli di vita. Le cause sono molteplici e non ancora del tutto chiarite. Nel corso del IV secolo a.C. in tutta l’Italia settentrionale mutano gli assetti politici e commerciali, con la calata delle popolazioni galliche, l’espansione di Siracusa e il declino dell’influenza greca.
Anche il paesaggio naturale stava mutando, e già scrittori antichi ci informano del progressivo allontanamento della linea di costa, che in età augustea è almeno 15 km più a est rispetto al periodo etrusco.
È anche possibile che sia avvenuta una fine traumatica e violenta, a seguito di un attacco militare da parte dei Celti: gli strati più recenti dell’abitato restituiscono infatti tracce di incendi e numerose ghiande missili, proiettili incendiari scagliati dai frombolieri.
Dopo la fine della città sopravvivono solo modesti insediamenti di epoca romana e tardo-antica. Le ricchezze dell’antico emporio sono ormai solo un ricordo, custodito per secoli dal fango e dalle acque della laguna. Nasce così il mito di una città perduta.