Esposizione del dipinto Cena in Emmaus (1621-1622)

 

 

Museo Delta Antico, 30 Settembre 2017 - 6 Gennaio 2018

 

Cena in Emmaus Cartolina-1

 

Il progetto

La scelta di esporre un'opera del Guercino, Cena in Emmaus, nel Museo Delta Antico, si inserisce in un più ampio progetto culturale tra i comuni di Cento e Comacchio.

I due centri condividono una storia millenaria, quella di un territorio in continua lotta contro gli elementi naturali, primo tra tutti il dominio delle acque sulle terre emerse che, nel tempo, ne ha determinato storia, insediamenti, identità sociale ed economia; un'economia in cui, per entrambi, furono determinanti la pesca e l'itticoltura, tant'è che se sul gonfalone di Cento campeggia il gambero d'acqua dolce, su quello di Comacchio compare la passera di mare. La loro storia divenne comune solo agli inizi del 1500, allorquando anche Cento entrò a far parte del Ducato estense, grazie a Luca Borgia che portò in dote la cittadina emiliana ad Alfonso II d'Este e tale rimase anche dopo la devoluzione del Ducato allo Stato della Chiesa nel 1598, così divenendo parte della legazione pontificia.
Seppure talvolta impositivi, se non addirittura vessatori, i legati pontifici segnarono anche lo sviluppo dei territori loro affidati. Questo accadde a Comacchio: su iniziativa del Papato e a conclusione del processo edificatorio che vide la ridefinizione del nuovo volto urbanistico della città, venne costruito l’Ospedale degli Infermi (1778 - 1784), la monumentale fabbrica che si eleva con eleganza sulle basse e caratteristiche costruzioni che fiancheggiano i canali della cittadina lagunare. L'edificio, ora sede del Museo Delta Antico, ha assicurato assistenza sanitaria alla comunità dal 1814 fino agli inizi degli anni ‘70 del secolo scorso.
Oggi troviamo Cento e Comacchio unite in un’iniziativa che contribuisce al lancio del nuovo museo quale luogo di cultura, ove si fa cultura, indipendentemente dalla matrice fondante dell’istituzione museale. Cento offre così l’opportunità di ammirare un capolavoro abitualmente esposto nella propria pinacoteca in una cornice diversa, in concomitanza con l'inaugurazione della XIX edizione della Sagra dell’anguilla, da anni appuntamento enogastronomico che registra larga partecipazione.
Una esposizione tesa a offrire stimoli al crescente interesse culturale di un pubblico sempre più sensibile e preparato, in una logica di condivisione che sappia far incontrare, in questo caso a tavola, arte, archeologia, storia ed eccellenze gastronomiche.

 

L'artista

Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino (Cento 1591 - Bologna 1666) è uno dei protagonisti della pittura barocca italiana, dallo stile unico e inconfondibile.
Le opere giovanili sono caratterizzate da una grande forza chiaroscurale, da intensi contrasti cromatici e da una pittura a macchie discendente dal tonalismo veneziano. Il Guercino guardò ai pittori ferraresi, come Scarsellino e Bononi, ma fu fortemente influenzato dall’arte di Ludovico Carracci, da cui il Centese derivò il modo di intendere l’arte come comunicazione popolare, attraverso l’umanizzazione del divino, il linguaggio dei gesti e degli sguardi, la semplice e naturalistica rappresentazione degli affetti. Le opere precedenti al 1621 evidenziano le grandi capacità coloristiche, la composizione dinamica, l’originale sensibilità nella resa del rapporto figura-spazio, il realismo popolare delle fisionomie e dei gesti, nonché le vibrazioni atmosferiche dei caratteristici paesaggi guerciniani. Nel 1621 il Guercino fu invitato a Roma dal nuovo papa, Gregorio XV: durante i due anni trascorsi nella città eterna realizzò opere caratterizzate da composizioni ardite, scorci prospettici insoliti, gesti dinamici ed effetti visivi illusionistici, ma nonostante ciò subì profondamente le suggestioni della pittura classicista, Domenichino su tutti. I frutti di questa influenza si manifestarono nelle opere di fine anni ‘20, il cosiddetto periodo di transizione, che presentano composizioni semplificate, gesti più controllati, spazi sereni e armoniosi, fisionomie aristocratiche. Queste opere riflettono l’idealismo di Guido Reni e anticipano l’ultima fase pittorica del Maestro, quella classicista, che ha inizio negli anni ‘30. Nelle opere dell’ultimo periodo i contrasti chiaroscurali, la “gran macchia”, vengono eliminati, i gesti sono nobili, sobri e composti, i volti perfetti, la grazia, l’idealizzazione e la serenità dominano le composizioni solenni e monumentali. Sarà proprio la morte di Guido Reni (1642) il motivo principale del trasferimento a Bologna del Guercino, egli intese così colmare il vuoto lasciato dalla scomparsa del Reni ed ereditarne le committenze. Guercino morì a Bologna nel 1666 e fu sepolto nella chiesa di San Salvatore, dove riposa
ancora oggi vicino al fratello Paolo Antonio.

L'opera

La Cena in Emmaus è da considerarsi opera di bottega anche se, comunque, deriva da un preciso progetto ed è frutto della costante supervisione dello stesso Guercino, come testimonia un suo disegno preparatorio, a penna e acquerello, oggi conservato a Stoccarda. La composizione a più mani potrebbe essere stata una scelta obbligata in quanto il priore del convento centese della Santissima Trinità dei Cappuccini, committente dell'opera, aveva possibilità di spesa molto limitate rispetto alle tariffe per un quadro completamente autografo del maestro. La tela ripropone il brano evangelico in cui Cristo, nel giorno stesso della sua Resurrezione, lungo il cammino da Gerusalemme al villaggio di Emmaus, incontra due pellegrini che, pur non avendolo riconosciuto, lo invitano a ristorarsi in una casa di Emmaus. I testi sacri descrivono la rivelazione con il semplice gesto della benedizione del pane. È chiaro l’attimo del riconoscimento che provoca un moto di sorpresa: un pellegrino rimane fortemente stupito mentre l’altro prega. L’oste è il testimone dell’evento, ma rimane assorto nelle sue mansioni e fornisce al pittore un pretesto di bravura: la trasparenza del calice di vetro trattenuto con la stessa mano che regge anche la bottiglia di vino. È una tematica tipicamente da interno caravaggesco, anche se qui lo spazio è diviso fra interno ed esterno, avendo inserito l’Artista un’apertura di paesaggio marino e agreste insieme. Il cielo è verso l’imbrunire, coerentemente con l’episodio che accade sul far della sera, e i brani di natura morta sono straordinari: la tovaglia bianca con le pieghe in evidenza appena tolta dal corredo, i piatti metallici ancora vuoti, il pane intonso dalla caratteristica forma locale, le frange annodate della salvietta che deborda dal tavolo e al centro il piatto di portata dal contenuto indecifrabile (mitili, funghi, fichi?).